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Calcio e Finanza

11 Giugno 2020

“Mi auguro che il mondo del calcio non sia così sfigato da beccarsi un nuovo caso di Covid-19. Noi ripartiamo sapendo in modo responsabile che ci sono ancora dei rischi: dobbiamo governarli in maniera corretta perché un blocco ulteriore sarebbe una grande beffa”. Lo ha detto il presidente della Federcalcio Gabriele Gravina, intervenendo all’evento “Maratona Sport, idee per il post Covid-19” per Eleven Sports. “Domani il calcio in Italia riparte, in linea con quello che è avvenuto a livello europeo: questo è motivo di grande soddisfazione – ha aggiunto il numero uno della Figc – Conseguire questo obiettivo non è stato facile, le condizioni oggettive non hanno dato massima serenità, al contrario abbiamo vissuto momenti complicati, difficili, di grande tensione”.


9 Giugno 2020

Investire nel calcio non è più una novità per i fondi di private equity che, negli ultimi anni, hanno fatto affari soprattutto in Premier League. Ma se puntare su un club è ormai nella norma, acquisire quote di un’intera lega calcistica è un evento senza precedenti, almeno in Europa. Il primo a farlo potrebbe essere Cvc Capital Partners, il fondo d’investimento con base in Lussemburgo che nelle scorse settimane ha presentato un’offerta da 2,2 miliardi di euro alla Lega di Serie A per acquisire il 20 per cento della massima divisione italiana.

Cvc ha proposto al presidente della Lega, Paolo Dal Pino, la creazione di una società che dal 2021 gestisca in via esclusiva i diritti televisivi e commerciali della Serie A, con l’obiettivo di ridurre il gap economico che separa il campionato italiano dalla Premier inglese e dalla Liga spagnola. Cvc si impegnerebbe inoltre a costruire nuovi stadi, indispensabili per aumentare l’appeal della Serie A.

La trattativa, in piedi da alcuni mesi, dovrà concludersi necessariamente entro fine giugno, con la stagione 2019/20 già ricominciata. Le schermaglie di questi giorni tra la Lega e Sky – con l’emittente tv che si rifiuta di pagare per intero l’ultima tranche dei diritti i club che invece non vogliono fare sconti – sono solo l’antipasto di quello che potrebbe succedere nei prossimi mesi se Cvc riuscisse a chiudere l’accordo.

Se si dovesse trovare un’intesa, infatti, la prima grande novità sarebbe l’addio agli accordi siglati all’ultimo respiro con broadcaster diversi. Una pratica consueta per la Serie A ma inconcepibile per un fondo di private equity interessato a massimizzare i suoi investimenti. Troppi attori in ballo fanno perdere valore al prodotto e allontanano i tifosi. Proprio per questo Cvc vuole un pacchetto unico da vendere al miglior offerente, con un occhio di riguardo per le piattaforme online come Amazon, magari affiancate da un canale interno simile al League Pass dell’Nba.

La strategia adottata da Cvc per i suoi investimenti in ambito sportivo è sempre la stessa: acquisire una quota di minoranza di un asset svalutato, influenzarne le strategie (soprattutto attraverso la cessione dei diritti televisivi) per poi aumentarne il valore commerciale in previsione della rivendita. È successo con la Formula1 (acquistata nel 2001 per un miliardo di dollari e rivenduta nel 2017 a Liberty Media per otto miliardi) e con la MotoGP (le cui quote sono state cedute a Dorna nel 2006).

FONTE: https://www.linkiesta.it


3 Giugno 2020

Dopo aver stretto un accordo per la singola partita Bayer Leverkusen – Werder Brema la scorsa settimana, Amazon ha deciso di investire nel calcio tedesco acquistando i diritti televisivi di altri due match: Hertha Berlino – Union Berlino (giocata ieri) e FC Schalke – FC Augsburg, in programma il 24 maggio.

I match saranno trasmessi in diretta non esclusiva, poiché DAZN ha rilevato i diritti tv che Eurosport ha lasciato sul piatto in seguito al caos in corso tra il Discovery e la DFL.

Siamo lieti di estendere la nostra offerta di Bundesliga per i membri Prime in Germania e Austria senza costi aggiuntivi“, ha dichiarato Alex Green, amministratore delegato di Prime Video per lo sport.

L’interesse di Amazon nei confronti dello sport è stato dimostrato più volte. La dimostrazione più grande sta nel Regno Unito, dove Amazon detiene i diritti di alcune gare di Premier League. Da alcuni recenti rumors, sembra che il colosso e-commerce sia interessato anche ai diritti di Serie A, tuttavia l’approdo di Prime Video Sport nel nostro Paese potrebbe essere più complicato del previsto.

 

fonte: https://www.teledigitale.it


31 Maggio 2020

Non c’erano mai state due finaliste italiane in Champions, e non ci sarebbero state dopo: apice di un movimento che era già in declino, che non teneva più il passo delle realtà straniere.

Quando il 28 maggio del 2003, diciassette anni fa, Paolo Maldini alzò al cielo di Manchester il trofeo della Uefa Champions League,  il calcio italiano stava vivendo il suo momento di massima autocelebrazione. I rossoneri avevano battuto in finale la Juventus dopo aver eliminato l’Inter in semifinale, un exploit del genere era riuscito solo ai club della Liga spagnola nell’edizione 1999/2000 – allora il Real Madrid vinse la finale di Parigi contro il Valencia, che a sua volta aveva eliminato il Barcellona nel turno precedente. Insomma, l’ultimo atto tutto italiano fu un evento storico, quindi non è eccessivo scrivere che i narratori del calcio italiano fecero una scelta comprensibile quando sfruttarono questo successo per prendersi delle rivincite sul mondo intero. Sulla Gazzetta dello Sport del 15 maggio 2013, all’indomani della semifinale di ritorno tra Juventus e Real Madrid (3-1 per i bianconeri), Candido Cannavò scrisse: «Gli altri paesi europei, Spagna in testa, hanno deriso gli italiani per mesi e mesi, al di là di ogni ragionevole critica, come se qualche Mosè avesse consegnato a loro e soltanto a loro le tavole del pallone. E adesso li vediamo uscire dal campo in ginocchio, storditi dalla durissima lezione incassata in quella che loro avevano definito la patria dei trogloditi del calcio».

Queste e altre parole pregne di trionfalismo celebrarono un successo che sembrava essere sistemico, considerando anche il percorso fatto dall’Inter. Inoltre, sotto la cenere dei media bruciava pure un enorme desiderio di rivalsa: pochi mesi prima, la Nazionale di Trapattoni era uscita male dal Mondiale nippocoreano – a cui era arrivata da favorita, tra l’altro con una squadra fortissima – e allora molti giornalisti stranieri avevano criticato il gioco degli Azzurri, definendolo antiquato e poco divertente. Insomma, la finale di Manchester ci è stata raccontata, ci è stata venduta, in un certo modo, e perciò la ricordiamo come un ritorno alla normalità, come l’inevitabile affermazione della superiorità della Serie A e del calcio italiano sul mondo intero, una superiorità tattica, finanziaria, culturale che era evidente e che perciò era destinata a non finire mai. In realtà si trattava di un’illusione: quella superiorità era finita da un po’, o quantomeno era molto meno marcata rispetto al passato.

Basta consultare gli almanacchi per rendersi conto dell’errore distorsivo che fu commesso allora, e dell’errore distorsivo che commettiamo ancora oggi quando consideriamo quella finale come l’apoteosi del dominio italiano sulle coppe europee: prima della stagione 2002/2003, infatti, una squadra di Serie A non vinceva la Champions League dal 1996 e non raggiungeva la semifinale dal 1999; in Coppa Uefa, i club italiani misero insieme due apparizioni in semifinale tra il 2000 e il 2002. Il dominio del decennio precedente – dal 1990 al 1999 le squadre di Serie A vinsero tredici trofei europei sui trenta messi in palio dalla Uefa, e in più giocarono altre 12 finali – si era attenuato per diverse motivazioni. Quello del 2003, in pratica, fu l’ultimo colpo di reni, il meraviglioso canto del cigno di un modello di business sportivo destinato a diventare obsoleto, che stava già mostrando le prime crepe, i primi ritardi, rispetto alle strategie tecniche ed economiche attuate dai club di altre nazioni.

John Foot ha una cattedra di storia italiana all’Università di Bristol e ha scritto il libro Calcio: A History of Italian Football, un’analisi secolare del rapporto tra calcio, cultura e politica nel nostro Paese. In una recente intervista rilasciata a Jacobin, ha spiegato come «la Serie A tendeva a dominare il mondo quando l’Italia aveva un’economia forte: negli anni Sessanta, ai tempi del boom economico, e poi negli anni Ottanta, grazie all’arrivo di un personaggio influente e unico nella politica, nella comunicazione, nella cultura di massa: Silvio Berlusconi». I conti incrociati tra nomi, date e albi d’oro tornano perfettamente: nella seconda metà degli anni Ottanta e nei primi anni Novanta, il Milan stravolse completamente il calcio italiano ed europeo, l’enorme iniezione di liquidi portata da Berlusconi determinò un approccio aggressivo al calciomercato e stimolò gli investimenti anche degli altri club, che beneficiarono anche degli stadi ristrutturati per i Mondiali del 1990 e poi dell’arrivo delle pay-tv. I migliori giocatori di tutti i Paesi accettavano di trasferirsi in Serie A, attratti dagli stipendi più alti e dalla lega più competitiva del mondo, il modello del presidente-imprenditore funzionava – almeno per quanto riguarda i risultati sul campo – e tutto sembrava destinato a cristallizzarsi in questo modo.

Lo scenario iniziò a cambiare quando la nuova Premier League, fondata nel 1992, riuscì a creare una struttura mediatica e finanziaria più attrattiva per sponsor e investitori: i club britannici, seguiti poi da quelli spagnoli, iniziarono a differenziare i ricavi, ad andare oltre i diritti tv, a curare molto di più gli aspetti commerciali, così alla fine degli anni Novanta il gap economico con la Serie A era già stato colmato. Il sorpasso definitivo avvenne all’inizio del nuovo millennio: se nel 2001 c’erano cinque club di Serie A nei primi dieci posti della Deloitte Football Money League, già nel 2003 erano sopravvissute solo Milan, Inter e Juventus, insieme alle due grandi di Spagna, al Bayern Monaco e a cinque società inglesi – Manchester United, Arsenal, Liverpool, Chelsea e Newcastle.

Quando Milan, Inter e Juventus si giocarono le semifinali di Champions gli equilibri erano già mutati, anche sul mercato: nel 2001, Zidane scelse di lasciare la Juve e la Serie A per trasferirsi al Real Madrid, lo stesso percorso compiuto un anno dopo dall’interista Ronaldo; dopo la diaspora degli anni Novanta che coinvolse i vari Vialli, Zola, Asprilla, Di Matteo e Ravanelli, tra il 2001 e il 2003 anche Verón, Crespo e Mutu decisero di accettare le offerte in arrivo dall’Inghilterra. Nel frattempo, il sistema economico italiano cominciava a risultare tra i più fragili dell’area-Euro, a causa del debito pubblico sproporzionato, di politiche finanziarie pensate e attuate per anni senza rivolgere lo sguardo al futuro.

I risultati sul campo di questo nuovo scenario economico si sarebbero manifestati compiutamente solo negli anni seguenti, nei nostri anni, secondo la tabella ritardata che scandisce il tempo nel mondo del calcio, dello sport, degli investimenti in generale. Nel 2002/2003, infatti, il Milan, la Juventus e l’Inter erano ancora delle squadre molto forti, ricche di campioni italiani e stranieri in grado di tenere testa a qualsiasi avversario. Le tre società più ricche e blasonate della Serie A si stavano ancora giovando delle condizioni favorevoli e delle somme spese negli anni Novanta, e grazie a progetti tecnici abbastanza coerenti avviati negli anni precedenti – Ancelotti, Lippi e Cúper si erano seduti sulle loro rispettive panchine a cavalo tra l’estate e l’autunno del 2001 – riuscirono a esprimersi al meglio, soprattutto riuscirono a battere le migliori squadre del continente: il Milan superò nei gironi il Bayern Monaco, il Borussia Dortmund e il Real Madrid dei Galacticós; la Juventus eliminò il Deportivo La Coruna nei gironi e il Barcellona ai quarti, prima del Real Madrid; l’Inter ebbe la meglio sul Bayer Leverkusen – finalista nel 2002 – e sul Valencia di Rafa Benítez.

La finale di Manchester, al di là dei toni epici con cui venne presentata, fu giocata in tono minore da due squadre che avevano già dato il meglio durante le fasi precedenti del torneo: l’assenza di Nedved resta ancora oggi uno dei grandi what if nella storia della Juventus, ma il Milan di Ancelotti meritò di vincere quella partita, perché aveva mostrato il miglior calcio di tutta la manifestazione – soprattutto nelle partite dei gironi – e perché aveva un gruppo di enorme qualità destinato ad aprire un ciclo di grandi successi, che si sarebbe chiuso solo molti anni dopo – e che non a caso arrivò a disputare altre due finali di Champions.

I giocatori più forti di quelle squadre – Pirlo, Gattuso, Nesta, Buffon, Del Piero, Zambrotta, ma anche Cannavaro e Materazzi dell’Inter – sarebbero stati i protagonisti del trionfo al Mondiale 2006: anche quello non fu un successo sistemico, piuttosto la dimostrazione del fatto che un modello di business – come quello messo a punto dalla Serie A negli anni Novanta – possa portare effettivamente a una competitività diffusa, allo sviluppo di una generazione di giocatori fortissimi, a grandi risultati che si dilatano nel tempo. Il problema è che il calcio italiano è rimasto per molto tempo fermo a quegli anni mentre gli altri mettevano a punto delle strategie più innovative; i dirigenti di Serie A non sono stati in grado di comprendere i segnali che arrivavano dal mondo intorno a loro, non hanno saputo rinnovarsi e ora gran parte del movimento sta ancora pagando questo ritardo rispetto ad altre realtà che oggi risultano molto più moderne, semplicemente perché avevano già iniziato a pensare al futuro, a programmarlo, a viverlo, mentre i club italiani vincevano e credevano che avrebbero vinto per sempre.

 

fonte: https://www.rivistaundici.com


18 Maggio 2020

Il Real Madrid è pronto a spingere sugli eSports e a investire nel mondo del gaming competitivo. La conferma arriva da Michael Sutherland, Chief Transformation Officer dei blancos: “Parliamo di un settore in rapida crescita, abbiamo analizzato a lungo gli eSports: la chiave per noi sarà come li andremo a sfruttare”. Per il momento le merengues hanno aperto il loro canale Twitch, lanciato con Marcos Asensio testimonial, e nei piani di ammodernamento del Santiago Bernabeu, un progetto da 800 milioni di euro, c’è anche un’intera area dello stadio che sarà dedicata agli eSports.

fonte: calciomercato.com

investire nel calcio, innovation football
investire nel calcio, innovation football

8 Maggio 2020

E’ notizia dei giorni scorsi che il fondo Elliott abbia deciso di azzerare i diritti di voto in Telecom – a 0,265% – con la partecipazione nella società telefonica italiana scesa al 5,127%.

Una mossa che, stando a fonti vicine al fondo statunitense, non modificherà l’impegno di Elliott sul fronte Telecom. La spiegazione è che in questo modo la posizione è meglio finanziata e che i diritti di voto, passata l’assemblea, non servono, ma che potranno essere recuperati all’occorrenza sull’ intera quota del 5,127%.

Come spiega Il Sole 24 Ore, resta comunque il fatto che anche il fondo di Paul Singer – come è successo agli altri che si sono avvicinati a Telecom – ha chiuso la partita in perdita, pur mantenendo un’esposizione economica, su poco più della metà dell’investimento precedente, nella speranza di recuperare qualcosa.

In Italia Elliott, che gestisce capitali altrui, si è ritrovato in portafoglio scommesse di difficile smobilizzo in questo contesto: il Milan, l’hotel Bauer a Venezia, e il Credito fondiario che si occupa di gestione degli npl. L’unico titolo “liquido” era Telecom. La considerazione che hanno fatto a New York è che ormai quello che poteva essere fatto è stato fatto.

Tuttavia, fonti vicine al fondo assicurano che Elliott non si disimpegnerà dall’Italia e, anzi, nell’arco di un paio di mesi, non sono da escludere nuovi investimenti controcorrente, con potenziale di rialzo importante.


1 Maggio 2020

Identità e investimenti. Calcio giocato e programmazione scientifica. Gol, vittorie e plusvalenze. La classe media del calcio fissa il baratro in cui la crisi causata dallo stop per il coronavirus rischia di far sprofondare il settore, in tutta Europa. Ma se si volta indietro può trarre ispirazione da tre modelli virtuosi, che avevano già tracciato una strada con la stagione ancora in corso. E restano un faro da seguire, per la capacità di coniugare i risultati sul campo con quelli fuori dal campo. Atalanta, Borussia Dortmund e Athletic Bilbao sono tre realtà molto differenti tra loro, ma accomunate da concetti chiave, come identità, gioventù e qualità. Ingredienti che in pochi riescono a usare tutti assieme e a miscelare come si deve. Ma grazie ai quali si costruiscono stadi di proprietà, si raggiungono risultati straordinari in campionato e in Champions. E si affronta la crisi senza timore di contraccolpi: i baschi sono tra i pochi nella Liga che non hanno bisogno di tagliare gli stipendi. E anche gli utili di Atalanta e Borussia sono confortanti. Questa è una crisi senza precedenti, ma la crescita di realtà del genere si è consolidata in anni già piuttosto complicati. Segno che anche il buon calcio può essere sostenibile. Ma bisogna investire sui giovani, ancora meglio se formati in casa. E poi crederci, non solo a parole. Anche per venderli, certo. Ma la strada è quella. E adesso non ci sono più alternative.

fonte: https://www.corriere.it


28 Aprile 2020

L’allarme qualche settimana fa lo ha lanciato la FipPro: il calcio femminile, in mancanza di adeguati aiuti economici, potrebbe scomparire. E vista la totale assenza, sopratutto in Italia, di un piano che vada ad aiutare in questo momento le società non professionistiche impegnate nel massimo campionato, dimostra come il movimento può davvero ricevere un colpo di grazia. Ma dalle pagine del Guardian, la Fifa tramite un suo esponente, ha confermato che il piano di investimenti previsti non verrà minimamente intaccato. Si parla di una cifra che si aggira attorno al miliardo di euro per il periodo che va dal 2019 al 2022. “Possiamo confermare che questo finanziamento è già stato impegnato dalla Fifa e non sarà minimamente influenzato dalla crisi economica dovuta alla pandemia di coronavirus”. Una buona notizia che però non basta. Bisogna attivare tutti i programmi che portano al professionismo. Altrimenti saranno moltissime le società che dovranno gettare la spugna. “Questo finanziamento – ha ancora spiegato il portavoce Fifa – sarà impiegato nelle strutture, nelle competizioni e nei programmi tecnici da migliorare. Siamo in grado di confermare che il calcio femminile è stato pienamente tenuto in considerazione e che stiamo lavorando per fornire assistenza a tutta la comunità calcistica, compreso questo movimento”.

fonte: ilmattino.it

 


21 Aprile 2020

Analisi a cura di Mario Michelangelo Paolini, dello Studio Legale Paolini

È un po’ l’interrogativo su cui tanti, fra appassionati e addetti ai lavori, si stanno arrovellando.

Premettendo che la necessità di tutelare la salute pubblica non può che essere preminente in ogni tipo di ragionamento che implichi la eventuale ripresa delle competizioni sportive, è altrettanto innegabile che la paventata possibilità di prorogare – ove tutte le condizioni di sicurezza igienico-sanitarie fossero garantite – la durata della corrente stagione sportiva oltre il 30 giugno 2020 porta con sé una serie di conseguenze giuridiche di non poco conto.

In particolare, bisognerebbe disciplinare la sorte di tutti quei contratti:

  • di prestazione sportiva professionistica attualmente in essere fra società e giocatori, ma aventi scadenza fissata al 30.06.2020 (c.d. contratti in scadenza);
  • di trasferimento del diritto alle prestazioni sportive professionistiche dei giocatori già perfezionatisi fra due società sportive, ma aventi efficacia a decorrere dal 01.07.2020 (c.d. nuovi contratti);

Ebbene, nella giornata di ieri il legale della FIFA, Emilio Garcia Silvero, avrebbe dichiarato alla BBC che sarebbe impossibile prorogare i contratti dei calciatori oltre la loro naturale scadenza del 30.06.2020 e che, di contro, il calciomercato non aprirà il 01.07.2020.

Lo scenario che verrebbe ad aprirsi sarebbe quantomeno grottesco, in quanto – se così fosse – i giocatori potrebbero liberarsi dalle proprie società di appartenenza, ma non potrebbero firmare per altri club, poiché, appunto, la finestra di mercato non si aprirà il 1° luglio.

Stessa cosa per i prestiti: in teoria a fine giugno i giocatori trasferitisi a titolo temporaneo dovrebbero fare ritorno alle squadre di provenienza, ma non potrebbero essere tesserati sino all’apertura effettiva del mercato.

Con la paradossale conseguenza che molte squadre si troverebbero costrette a terminare la stagione 2019/2020 senza alcuni dei giocatori facenti parte della rosa dei 25 iscritta nella lista della rispettiva competizione, nazionale od internazionale.

È chiaro, dunque, che il buon senso dovrebbe orientare le scelte dei vertici del mondo pallonaro verso una soluzione più elastica, che consenta la proroga della scadenza dei contratti oltre il 30.06.2020, per permettere di terminare la stagione sportiva preservando l’integrità delle competizioni, oltre che gli investimenti sportivi delle società (che sopportano ingenti costi in termini di stipendio lordo per avvalersi delle prestazioni di calciatori, anche in prestito, e che quindi hanno tutto l’interesse ad ammortizzare la spesa spalmandola su tutta la stagione sportiva corrente, quale che sia il suo effettivo termine).

Ma anche volendo ragionare in termini prettamente giuridici, la soluzione non potrebbe essere dissimile.

Di fatti, e premesso che, come regola generale, i contratti di lavoro fra privati (nel caso di specie, fra società sportive e calciatori tesserati), debbono essere regolati dall’autonomia contrattuale delle parti, nel rispetto della legge nazionale e dei contratti collettivi di categoria, la stessa FIFA offre uno spunto interpretativo nel suo Regulation on the Status and Transfer of the Players (RSTP, Regolamento sullo Status e il Trasferimento dei Giocatori, vincolante per tutte le società sportive affiliate)

All’art. 18, co. 2 del RSTP, infatti, viene stabilito che “La durata minima di un contratto va dalla data d’inizio della sua efficacia sino al termine della stagione sportiva […]”.

Lo stesso RSTP specifica – nella sezione “definizioni” – come per “stagione sportiva” s’intende “Il periodo intercorrente fra il primo incontro ufficiale della relativa competizione nazionale e l’ultimo incontro ufficiale della relativa competizione nazionale” .

Ebbene, interpretando la normativa riportata secondo la c.d. voluntas legis, è chiaro come l’intenzione del legislatore sportivo fosse quella di ancorare la durata dell’efficacia dei contratti sportivi alla durata della stagione sportiva – che altro non è che il lasso temporale entro il quale la prestazione sportiva che s’acquisisce contrattualmente può essere esplicata in favore della società da parte del giocatore professionista.

Naturale conseguenza di questa impostazione interpretativa sarebbe quella di ritenere automatico lo spostamento in avanti della naturale scadenza dei contratti sportivi, di pari passo con lo spostamento in avanti del termine della stagione sportiva di riferimento.

Tuttavia, il problema sorge in considerazione del fatto che le leghe nazionali, nello stilare lo schema tipo di contratto di acquisizione del diritto alle prestazioni sportive professionistica dei calciatori, per esigenze di certezza hanno calendarizzato il termine della stagione sportiva al 30 giugno di ogni anno.

Pertanto, rebus sic stantibus, l’efficacia dei contratti in scadenza nel 2020 termineranno – formalmente – il 30.06.2020, anche se la stagione sportiva dovesse continuare oltre.

Per i motivi sopradetti, tale ipotesi non è affatto auspicabile, tanto che la stessa FIFA si è premurata di diffondere alcune Linee Guida nell’interpretazione del proprio RSTP nel determinare lo status contrattuale dei giocatori professionistici, proprio nel rispetto dei principi stabiliti dall’art. 18, co. 2 , nonché in considerazione della necessità di garantire l’integrità delle competizioni sportive, consentendo alle squadre di terminare la stagione sportiva con la stessa rosa con cui l’hanno cominciata.

Fermi i ragionamenti di cui sopra, dunque, la FIFA propone che:

  1. Qualora la scadenza di un contratto di prestazione sportiva professionistica di un atleta sia fissata all’originario termine della stagione sportiva (i.e. 30.06.2020), la sua efficacia venga prorogata sino al nuovo ed effettivo termine della stagione sportiva stessa;
  2. Qualora un contratto di acquisto del diritto alla prestazione sportiva professionistica di un atleta sia destinato ad acquisire efficacia a partire dall’originaria data di inizio della nuova stagione sportiva (i.e. 01.07.2020), l’acquisto di tale efficacia venga posticipata sino alla nuova ed effettiva data d’inizio della nuova stagione sportiva;
  3. Ferme le raccomandate modifiche alla data di scadenza e di efficacia dei suddetti contratti, qualsiasi pagamento dovuto a fronte del trasferimento dei diritti alle prestazioni sportive dei calciatori che abbiano efficacia a partire dalla data di inizio della nuova stagione sportiva (i.e. 01.07.2020), vengano posticipati sino all’effettiva data di inizio della stessa.

Spetterebbe, dunque, alle deputate istituzioni sportive nazionali assumere le opportune determinazioni in recepimento delle riportate raccomandazioni.

Tale soluzione, d’altra parte, implicherebbe lo spostamento in avanti di tutta una serie di adempimenti bancari prodromici alla regolare iscrizione della società alla stagione sportiva successiva (ad esempio, la presentazione della fidejussione a garanzia del pagamento della quota d’iscrizione al campionato), adempimenti societari e relativi al rispetto del Fair Play Finanziario (la presentazione del bilancio consuntivo), nonché – ovviamente – della data d’inizio della finestra di calciomercato estivo.

Discorso altrettanto ampio, sul quale, per il momento, non è ancora consentito soffermarsi troppo. Con la speranza che la regressione dell’epidemia possa permetterci di tornare a preoccuparci di simili questioni minori.

fonte: calcioefinanza.it

investire nel calcio, ivnestimenti - innovation football
investire nel calcio, ivnestimenti – innovation football

6 Aprile 2020

Se l’investimento nelle azioni della propria squadra del cuore è in questo periodo di emergenza coronavirus a rischio elevato, quello nelle obbligazioni non è da meno. Infatti, così come per i bond di qualsiasi altra società, anche nello sport la differenza di prezzo tra chi compra e chi vende è così ampia che non si riesce a chiudere la transazione. Se l’emergenza non permetterà ai campionati e alle coppe di terminare, le società saranno in forte stress finanziario specie a causa dei pagamenti da diritti televisivi che potrebbero essere interrotti.

I guadagni e le spese del settore
A fronte di questi mancati introiti le uscite potrebbero però ridursi: per esempio le spese legate agli spostamenti, alla manutenzione dello stadio e agli stipendi dei giocatori che potrebbero essere rinegoziati, oppure a quelle di natura fiscale che beneficerebbero di un rinvio o ancora meglio di uno sconto sulla base della proposta che verrà indirizzata al Governo dalla Federcalcio. Diverso è il caso di posticipo del campionato che comporterebbe un semplice rinvio dei flussi di cassa e non dovrebbe rappresentare un problema per i club più solidi.

Quali sono i rischi di un bond
Come valutare però il rischio di un’obbligazione? Uno dei parametri “guida” che i mercati finanziari riconoscono è il rendimento (gli altri sono la liquidità, il cambio e la solidità dell’emittente): più è alto, più l’investimento viene percepito rischioso dal mercato. E nel caso dei bond delle società calcistiche europee il rendimento è sensibilmente aumentato dall’esplosione del contagio in Italia. Il rischio principale che si corre dunque in questo tipo di bond è che in caso di vendita anticipata (cioè prima della naturale scadenza), si potrebbe incorrere in un deprezzamento del titolo in conto capitale e non riottenere dunque quanto inizialmente investito.

fonte: ilsole24ore.com

Innovation Football - Calcio e Investimenti - Al momento è difficile trovare compratori di obbligazioni
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